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(Thomas Edison)

Il marchio Redskins offende i nativi americani
Venerdì, 17 Luglio 2015 16:26

Il marchio Redskins offende i nativi americani

di Caterina Paschi

Prosegue negli USA la saga pluridecennale sul nome Redskins, “pellerossa”, che vede contrapposti da una parte la squadra americana di football The Washington Redskins, che utilizza tale denominazione dagli anni ’30 del secolo scorso, e dall’altra un gruppo di nativi americani guidati dalla portavoce Amanda Blackhorse, che ritengono tale termine razzista ed offensivo e che da anni stanno dando battaglia per la cancellazione di un marchio che da più parti viene considerato politically uncorrect ed evocativo di un retaggio razzista del tutto inadeguato all’epoca moderna. Una posizione diametralmente opposta a quella di Daniel Snyder, attuale proprietario della squadra, che pone invece l’accento sulla tradizione del nome, adottato nel 1933 proprio con l’intenzione di richiamare il coraggio e la fierezza degli indiani nativi americani.

Dopo numerosi scontri che hanno sempre visto vincitrice la Pro-Football, Inc., titolare della squadra, con il conseguente riconoscimento di lecita registrazione del nome contestato, la vicenda si era chiusa nel 2014 con la cancellazione da parte del Trademark Trial and Appeal Board dell’USPTO (US Patent and Trademark Office), su ricorso del gruppo capeggiato dalla Blackhorse, di tutte le registrazioni federali del football team contenenti il termine “Redskins”, poiché ritenuto offensivo e denigratorio nei confronti dei nativi americani.

E nella stessa direzione è andata anche la recente pronuncia del giudice Gerald B. Lee della Corte distrettuale di Washington, il quale - chiamato a pronunciarsi sulla decisione dell’USPTO - con provvedimento del 8 luglio 2015 ha confermato la cancellazione dei marchi contestati ritenendo provato in giudizio che il termine “Redskins” risulti dispregiativo ed offensivo per una parte considerevole di nativi americani e che pertanto, per tali motivi, ai sensi della Section 2(a) del Lanham Act, non possa validamente costituire un marchio registrato.

Nella decisione viene data evidenza preliminare alla delimitazione dei confini della fattispecie esaminata, circoscritta esclusivamente alla valutazione dell’esistenza dei presupposti di registrazione dei marchi contestati e non rivolta invece all’esame dei presupposti di validità dei marchi stessi; la pronuncia, infatti, come precisa il giudice Lee, non si sostanzia in alcun modo in un’inibitoria nei confronti della Pro-Football, Inc. all’utilizzo concreto di tali marchi sul mercato, considerato invece come una scelta commerciale ed economica che trascende dalla competenza della Corte.

Proprio la libertà della Pro-Football, Inc. di utilizzare  i marchi “Redskins” pertanto supera l’argomentazione difensiva principale della titolare dei segni, ovvero la libertà di manifestazione di pensiero, costituzionalmente garantita, che la società aveva richiamato a proprio favore per giustificare l’uso della parola “Redskins”; non è infatti l’uso del termine a venire inibito bensì la sua registrazione, sicché dalla cancellazione dei segni registrati non può derivare alcuna compressione della libertà di espressione della titolare della squadra.

Sotto il profilo giuridico la vicenda non è ancora conclusa, essendo assai probabile che la società ricorra in appello, avendo Snyder più volte pubblicamente dichiarato che non cambierà mai il nome della squadra; sotto il profilo politico invece la questione sembra avere preso una direzione ben precisa, anche alla luce dell’espressa indicazione giunta da Barack Obama, che nel  2013 esplicitamente dichiarava che al posto del titolare della squadra avrebbe senz’altro cambiato un nome che sapeva risultare offensivo per un considerevole numero di persone, nonché della presa di posizione di alcuni senatori del partito democratico che hanno scritto al presidente della National Football League chiedendo espressamente di modificare un nome ritenuto offensivo perché razzista.

Proprio nell’ottica di evitare qualsiasi contestazione di comportamenti razzisti, la società tedesca Haribo - le cui liquirizie gommose “Skipper Mix”, che ritraggono tra altri soggetti anche maschere tribali africane e centroamericane, vennero considerate da molti consumatori svedesi come discriminatorie nei confronti delle persone di colore – ha preso una decisione diametralmente opposta a quella di Snyder e pur difendendo l’adozione delle caramelle gommose dalla foggia contestata, che dovrebbero rappresentare i ricordi raccolti in giro per il mondo dal capitano della nave ritratto sul pacchetto,  ha deciso di eliminarle dalle confezioni per il mercato scandinavo.

Anche nel nostro paese, soprattutto nel settore alimentare e principalmente dolciario, conosciamo alcuni marchi storici che corrispondono ad un immaginario collettivo relativo a determinate etnie ormai del tutto datato (pensiamo ad esempio, tra i tanti, al croccantino Moretto o al cioccolatino Negrita, o ad alcuni caffè), nei quali al segno si accompagnano disegni di ispirazione “coloniale”, frutto di un’iconografia superata (labbra carnose e prominenti, tratti marcati, abbigliamento particolare, ecc.). La percezione di tali segni sul nostro mercato tuttavia sembra prescindere dagli eventuali richiami suggestivi dei termini e delle figure ad essi abbinati per privilegiare invece la sensazione di familiarità e di conoscenza dei prodotti che tali marchi individuano, rimandando ad un’atmosfera retrò. Infatti, con specifico riferimento al significato razzista di un marchio quale motivo di violazione del requisito di liceità del marchio ex art. 14 CPI non constano precedenti italiani, fermo restando che marchi a significato razzista risulterebbero in evidente contrasto con tale norma in particolare con il divieto di contrarietà alla legge e all'ordine pubblico.