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Stereotipo (forse) si, marchio no: è nullo il marchio “La Mafia se sienta a la mesa”
Giovedì, 15 Marzo 2018 16:57

Stereotipo (forse) si, marchio no: è nullo il marchio “La Mafia se sienta a la mesa”

di Ilaria Gargiulo

Il marchio “La Mafia se sienta a la mesa” richiama direttamente l’organizzazione criminale, ne trasmette un’immagine complessivamente positiva e banalizza la gravità dell’attività criminale che viola i valori del rispetto della dignità umana e della libertà sui quali si basa l’Unione Europea: in questo senso si è espresso il Tribunale dell’Unione Europea in data odierna, dichiarando nullo - in quanto contrario all’ordine pubblico - il marchio di una società spagnola che ne aveva chiesto la registrazione per servizi di ristorazione.

Il Tribunale, nel respingere il ricorso della società spagnola avverso la decisione dell’EUIPO del 2015 ottenuta dall’Italia, ha sottolineato come l’elemento predominante del marchio fosse proprio la parola “mafia” legata alle attività di portata transnazionale dell’organizzazione criminale che utilizza l’intimidazione, la violenza fisica e l’omicidio nel perpetuare reati quali il traffico di armi e droga, il riciclaggio di denaro e la corruzione. Considerata la percezione negativa di tale parola da parte del pubblico, il Tribunale ha chiarito che la notorietà acquisita dal marchio, i riferimenti alla saga cinematografica “Il Padrino” e la circostanza che esistono molti libri e film che si riferiscono alla mafia, non rilevano nel giudizio di contrarietà all’ordine pubblico.

La contrarietà all’ordine pubblico e al buon costume, costituiscono due degli impedimenti assoluti alla registrazione di un segno come marchio di impresa previsti tanto dalla normativa europea che in quella italiana (dove, tra questi impedimenti, troviamo anche la contrarietà alla legge). Queste costituiscono infatti le ipotesi legate al requisito della liceità, necessario affinché un segno possa essere protetto unitamente alla capacità distintiva e la novità. Con l’espressione “ordine pubblico” si fa riferimento a un insieme di valori sociali, economici e politici rinvenibili in un determinato momento storico e territorio, mentre per “buon costume” si vuole generalmente coprire un più ampio concetto di morale sociale, tradizionalmente legato al comune senso del pudore. Il significato di entrambe le espressioni è senz’altro mutevole nel tempo essendo legato all’evoluzione della società cui si fa riferimento e infatti negli anni, i Giudici nazionali e comunitari hanno cercato di fornire dei criteri interpretativi adattando il significato delle due espressioni ai singoli casi.

Una delle poche decisioni in tema di contrarietà al buon costume è quella del 2005 del Tribunale di Milano relativa al marchio “A Style” composto dalla lettera A con due puntini ai lati, che nel complesso ricordava due figure umane stilizzate nel compimento di un atto sessuale (in senso contrario sullo stesso marchio, si era poi espresso il Tribunale di Bari nel 2007 che aveva giudicato il riferimento osceno solo eventuale e indiretto). Ancora, nel 2011, i Giudici torinesi hanno deciso per la non registrabilità del marchio “Fighetta” per vini e bevande in quanto contrario al normale senso del pudore e quindi al buon costume. Nel fornire tale interpretazione, il Tribunale di Torino ha però chiarito che il riferimento al senso del pudore non coincide più con il più concetto di osceno previsto dal nostro codice penale.

Quanto all’ordine pubblico invece, si è concluso nel 2016 con decisione della Corte di Cassazione, il caso relativo al marchio comunitario “Buddha” utilizzato per contraddistinguere servizi di intrattenimento, discoteche e bar. Il marchio è stato dichiarato nullo, in conformità a quanto stabilito sia dal Tribunale che dalla Corte di Appello di Milano, perché idoneo a svilire l’immagine della figura religiosa e a pregiudicarne la valenza simbolica. In particolare, la Corte di Appello aveva specificato che la mancanza di doglianze da parte dei fedeli buddisti non fosse elemento sufficiente ad escludere la nullità trattandosi di una questione rilevabile d’ufficio. In sede comunitaria, in un caso più simile a quello del marchio spagnolo, la Commissione di Ricorso UAMI aveva rigettato la registrazione della denominazione “Bin Laden” ritenendo che il marchio potesse essere interpretato come un appoggio ad atti terroristici e mancasse di rispetto alle vittime.

ilaria.gargiulo@milalegal.com