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La Direttiva Copyright sul “LinkTax” e il “Value Gap” al voto del Parlamento Europeo
Mercoledì, 04 Luglio 2018 14:20

La Direttiva Copyright sul “LinkTax” e il “Value Gap” al voto del Parlamento Europeo

di Elisabetta Mina

Domani, a seguito dell’adozione da parte del comitato affari legali del Parlamento Europeo del testo proposto dal suo relatore Axel Voss, il Parlamento voterà in seduta plenaria i prossimi passi per l’adozione della nuova "Proposta di direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio sul diritto d’autore”, presentata dalla Commissione Europea il 14 settembre 2016, che fissa dei criteri per adeguare le norme attuali con il contesto digitale, al fine di ottimizzare il rapporto tra la tutela autoriale e il libero accesso ai contenuti online, indicando un elenco di eccezioni e limitazioni al diritto d’autore che dovranno essere adottate dagli Stati Membri.

Tra gli articoli della proposta di direttiva maggiormente controversi, ci sono gli articoli 11 e 13.  

L’articolo 11 prevede l'introduzione a favore degli editori di una nuova forma di “equo compenso” (battezzata polemicamente, ma in modo inesatto, la “Linktax”) a fronte dell’utilizzo commerciale di link e snippet ai loro contenuti, secondo un sistema analogo al compenso per copia privata già in essere, in forza del quale coloro che comprano un supporto o un dispositivo idoneo a essere utilizzato anche a copiare un’opera protetta dal diritto d’autore versa un compenso destinato ai titolari dei diritti per indennizzarli del fatto che, per effetto dell’eventuale copia di una loro opera, non incassano alcun compenso. 

Nella visione degli estensori della proposta di direttiva i grandi operatori del web, tra cui Google, trarrebbero profitto dalla condivisione di contenuti di terzi, senza condividere né costi né proventi con coloro che li creano. Inoltre, la diffusione dei contenuti tramite link e snippetporterebbe gli utenti a non leggere gli articoli originali completi, penalizzando così gli editori. Anche a parere della maggioranza degli editori europei la nuova normativa garantirà una maggiore tutela dei contenuti e la valorizzazione dell’industria creativa e culturale.

Benché non si tratti come è stato sostenuto di una tassa, ma di un compenso a fronte dell’utilizzazione di un contenuto protetto, la misura proposta ha sollevato anche forti critiche, da parte di studiosi, attivisti e operatori – Wikipedia ha oscurato in questi giorni il proprio sito in Italia in segno di protesta. A sostegno di questa tesi, si guarda agli effetti deludenti dell’introduzione di un compenso a favore degli editori in Germania e in Spagna. In Germania, dove il compenso è stato introdotto con una legge nel 2013, gli editori non sono riusciti a far rispettare questo nuovo diritto da parte di Google, che ha smesso di utilizzare gli snippet, provocando una diminuzione nei rinvii alle testate tradizionali tedesche intorno a circa l’80%, così da costringerli a concedere a Google un’esenzione temporanea dal pagamento per essere nuovamente presenti su Google News.

In Spagna, dove le norme di legge introdotte nel 2014 prevedevano l’obbligo per gli editori a chiedere un compenso irrinunciabile agli aggregatori di notizie, Google ha rifiutato di versare l’equo compenso agli editori e chiuso Google News, provocando un deciso calo del traffico internet indirizzato verso le testate spagnole. 

Proprio i possibili comportamenti ostili di Google e di altri grandi operatori del web renderebbero vane a parere dei detrattori della proposta di direttiva – e anzi controproducenti per i giornali europei - norme che sancissero un equo compenso. I giornali europei potrebbero infatti non comparire più negli aggregatori di notizie più diffusi a vantaggio dei produttori extraeuropei di contenuti. Inoltre, mentre i grandi aggregatori come Google o Facebook avrebbero il potere di sottrarsi al pagamento dell’equo compenso, operatori minori dovrebbero adeguarsi alle nuove norme, subendo uno svantaggio concorrenziale ulteriore.

Anche l’articolo 13 della proposta di direttiva, che affronta il controverso tema del c.d. value gap(ossia il divario di valore che gli aventi diritto riscontrano tra i ricavi medi generati per sé da parte per esempio di YouTube e quelli generati da tutti gli altri servizi di streaming a pagamento come, tra gli altri, Spotify, Apple Music, etc: molto più bassi i primi dei secondi, in modo inversamente proporzionale al numero di utenti attivi) è oggetto di ampia discussione e critica. 

Alla luce del più recente testo dell’art. 13 (e dei consideranda37-39c) sono soggetti a tale norma quei service provider che condividono contenuti online (vale a dire gli ISP il cui scopo principale è quello di memorizzare e dare accesso al pubblico, ovvero offrire in streaming contenuti protetti da copyright caricati e/o messi a disposizione dai loro utenti ovvero che ottimizzano contenuti), in quanto l’attività da loro svolta viene considerata come atto di comunicazione al pubblico.  Dei contenuti resi disponibili attraverso i loro servizi e caricati dall'utente (UUC) gli online content sharing serviceprovidersarebbero quindi responsabili (e potenzialmente responsabili). I fornitori di servizi non commerciali (ad esempio, enciclopedie on-line), i fornitori che permettono che i contenuti possano essere caricati con l'autorizzazione dei titolari dei diritti, piattaforme open source, siti online la cui attività principale sia la vendita al dettaglio on-line di beni materiali sono esclusi dalla definizione di service provider di contenuti onlinee, di conseguenza, dall’applicazione dell'articolo 13 della Direttiva DSM. E’ quindi onere dell’ISP concludere con i titolari dei diritti contratti di licenza “fair and appropriate”, nonché adottare misure efficaci e adeguate per evitare la messa a disposizione di contenuti che violino i diritti d’autore. L’effetto della norma è quindi quello di escludere i content sharing serviceproviderdall’eccezione c.d. dei safe harbor, eccezione che si applica agli ISP la cui attività sia limitata al processo tecnico di operare e dare accesso ad una rete di comunicazione, all’interno della quale l’informazione resa disponibile da terze parti viene trasmessa o archiviata temporaneamente, con l’unico obiettivo di rendere la trasmissione più efficiente” l’applicazione delle norme a tutela del diritto d’autore quali quelle previste nel DMCA (il Digital Millenium Copyright Act).

Molte le critiche anche a questa previsione che, a detta di alcuni, introdurrebbe un obbligo, per i siti che ospitano materiale caricato dagli utenti, di dotarsi di una sorta di meccanismo di filtraggio preventivo e automatico dei contenuti per impedire le eventuali violazioni dei diritti d’autore.

In tale scenario non sarebbe più il titolare del copyright a dover dimostrare la violazione dei suoi diritti, ma chi pubblica i contenuti a dover verificare preventivamente ogni singolo. Un sistema automatico tacciato di essere insostenibile per i piccoli siti e tremendamente dispendioso persino per i grandi, come Google e Facebook.

Tuttavia, la proposta di Direttiva rispetto al c.d. “value gap” risulta coerente con gli sviluppi giurisprudenziali sia in sede comunitaria (si ricorda la decisione del 14 luglio 2017 “The Pirate Bay”, Case C‑610/15, nella quale la Corte di Giustizia ha affermato che gli operatori di piattaforme con fine di lucro hanno un dovere di diligenza ex ante), che di alcuni stati membri, tra cui l’Italia. 

La campagna contro la proposta di Direttiva è risultata in ogni caso davvero massiccia tanto che sembra che il Parlamento Europeo sia molto diviso, lasciando l’esito del voto di domani incerto.

elisabetta.mina@milalegal.com